E’ nei termini di oggetto e soggetto che la psicanalisi ci interessa. In qualità di oggetto si tratta di gettare uno sguardo sulla storia delle traduzioni: in Francia la nuova edizione dell’Opera Omnia di Freud è stata inaugurata da Jean Laplanche nel 1988 e si è conclusa nel 2006 con la pubblicazione dell’ultimo volume. E’ riuscita forse ad
imporsi nel tempo, dopo aspre polemiche, come una solida edizione di riferimento? Quale sarà il destino delle nuove traduzioni in corso che appariranno prossimamente, quando gli scritti di Freud saranno già di pubblico dominio? In Inghilterra la Standard Edition, curata tra il 1954 e il 1974 da James Strachey è stata a lungo un autorevole punto di riferimento. Ma si trova oggi a concorrere con le nuove traduzioni coordinate da Adam Philips, traduzioni che intendono offrire una resa delle qualità stilistiche e retoriche della scrittura di Freud. E per quanto concerne le traduzioni in altre lingue? Come le traduzioni in italiano, ad esempio, o in arabo, per le quali il francese si è posto come lingua di mediazione.
Ma è anche in qualità di soggetto che la psicanalisi ci interessa, come interlocutrice. Le porremo delle domande a partire dall’esperienza della traduzione. Cosa ha da dirci sulla lettura del testo, quell’ascolto analitico ed esauriente, sulla psiche che traduce e sulle sue implicazioni, sul percorso attraverso le lingue, morte o viventi che siano, materne o paterne, sul piacere e sul desiderio legati a questa pratica che spesso è relegata all’ambito della frustrazione e della sofferenza?
Troppo a lungo la filosofia occidentale è rimasta fedele alla sua origine greca, situando la conoscenza al di là o al di sopra delle lingue reali, rifiutandosi quindi di riflettere sulle diversità linguistiche. L’opera di Jacques Derrida è un’eccezione: prende forma proprio a partire da questa diversità. Si tratta di un’opera completamente attraversata dal problema e dalla prova della traduzione che, in tal modo, viene situata alle origini stesse del metodo filosofico. La decostruzione, affermava, è “più di una lingua”. In che misura l’opera di Derrida potrà aiutarci a pensare l’atto del tradurre, con tutta la portata della sua complessità e dei suoi paradossi?